

Vivere con l’ansia significa convivere con una tensione costante: il corpo è in allarme, la mente non si ferma, e ogni giornata diventa una lotta contro qualcosa che non si riesce a controllare.
In terapia individuale, accompagno chi vive questa condizione a riconnettersi con sé stesso, comprendendo cosa si nasconde dietro l’ansia — perché, nel mio approccio, l’ansia non è un nemico da combattere, ma un messaggio profondo della psiche che chiede di essere ascoltato.

Uno spazio di orientamento e consapevolezza
La consulenza psicologica è un percorso breve, pensato per chi sta vivendo un periodo di forte ansia, confusione o paura, ma non sa ancora se intraprendere una terapia.
È uno spazio di ascolto e riflessione in cui possiamo mettere a fuoco ciò che sta accadendo, comprendere i segnali del corpo e della mente, e individuare insieme le prime strategie per ritrovare equilibrio e respiro.

Incontrarsi per riconoscersi
L’ansia spesso isola: fa sentire soli, diversi, incompresi.
La terapia di gruppo nasce per trasformare questa solitudine in incontro e condivisione.
Nel gruppo, ogni persona scopre che ciò che vive non è solo suo, che altri provano le stesse paure, gli stessi pensieri, le stesse fatiche, e che proprio questo riconoscimento diventa il primo passo verso la cura.
Quando Michela ha iniziato il percorso, aveva 33 anni e da più di un anno conviveva con l’ansia quotidiana.
All’inizio gli episodi erano rari, una stretta allo stomaco prima di una riunione, un senso di affanno improvviso mentre guidava, ma col tempo avevano preso sempre più spazio.
Era arrivata al punto di temere i momenti di tranquillità, perché proprio allora il corpo cominciava a parlare: battito accelerato, nodo in gola, vertigini.
Aveva consultato diversi medici, fatto esami cardiaci e neurologici, tutti con esito negativo.
Eppure, dentro, non riusciva a convincersi che fosse solo “ansia”.
Diceva:
“So che non sto morendo, ma il corpo non mi crede.”
Michela era una donna attiva, precisa, molto presente per tutti.
Nel suo mondo interiore, però, sentiva di non potersi mai fermare: se lo avesse fatto, tutto sarebbe crollato.
Viveva in un costante stato di allerta, come se dovesse sempre prevenire un pericolo invisibile.
Da bambina aveva imparato presto a occuparsi degli altri, una madre fragile, un padre assente, e il suo modo di sopravvivere era diventato controllare.
Quando la incontrai, era proprio questo controllo che la stava facendo soffocare.
Il corpo, che non poteva più sostenere tanta tensione, aveva cominciato a parlare attraverso l’ansia.
Nel suo caso, gli attacchi di panico erano come un cortocircuito tra una parte che cercava di resistere e una parte che chiedeva di crollare.
Il lavoro in terapia
Con Michela non siamo partite da tecniche o esercizi per “gestire” il sintomo, ma dall’ascolto.
Abbiamo imparato a leggere l’ansia come un messaggio, non come un nemico.
Attraverso il dialogo e l’esplorazione dei sogni, abbiamo scoperto che la sua paura più grande non era quella di morire, ma quella di vivere davvero, di smettere di essere impeccabile e di permettersi di esistere anche per sé.
Ricordo un sogno che diventò centrale nel nostro percorso: Michela si trovava in una casa allagata e cercava di asciugare l’acqua con le mani.
Più cercava di contenerla, più l’acqua aumentava.
In quel sogno c’era tutto: l’acqua rappresentava le emozioni trattenute, la tristezza, la rabbia, il bisogno di essere vista.
Quando ha imparato a non opporsi più a quell’acqua ma a lasciarla scorrere, anche il corpo ha iniziato a calmarsi.
L’ansia, da presenza minacciosa, è diventata una voce da ascoltare: la voce di un’anima che chiedeva di tornare a vivere.
La trasformazione
Nel tempo, Michela imparò a nominare le emozioni, a distinguere la paura reale da quella immaginata, a respirare dentro la tensione invece di combatterla.
L’ansia, da nemico invisibile, divenne una bussola: ogni volta che si presentava, sapeva che era un segnale, un richiamo verso qualcosa di inascoltato in lei.
Ricominciò a guidare, a viaggiare, a tornare nei luoghi che aveva evitato per mesi.
Ma soprattutto, ricominciò ad abitare sé stessa.
Oggi, Michela descrive così il suo percorso:
“L’ansia non è più la mia padrona. È come una voce che mi ricorda quando mi sto dimenticando di me. E io ora so ascoltarla.”
Il senso del lavoro
La storia di Michela racconta ciò che accade quando la psicoterapia smette di essere solo una lotta contro il sintomo e diventa un cammino di conoscenza profonda.
L’ansia non scompare per magia: si trasforma.
Diventa una guida interiore, un segnale di riconnessione, un invito a tornare a sé.
Alessandro ha 23 anni.
È un ragazzo intelligente, sensibile, con molti talenti. Ma da tempo si sente bloccato da un’ansia che gli impedisce di vivere pienamente.
Quando ci siamo conosciuti, parlava di una sensazione costante di inadeguatezza:
“Non sono mai abbastanza. Non riesco a dire quello che penso. Mi blocco anche quando non dovrei.”
L’ansia lo accompagna fin da bambino, ma negli ultimi anni si era fatta più intensa.
Ogni volta che doveva esporsi, parlare davanti agli altri o prendere una decisione, il corpo si irrigidiva, la voce si chiudeva, il battito accelerava.
Diceva di sentirsi “osservato e giudicato”, anche quando nessuno lo stava davvero guardando.
Cresciuto in una famiglia in cui la vulnerabilità non era ammessa, aveva imparato presto a nascondere la paura.
Un padre distante, ironico, pronto a liquidare ogni emozione come un’esagerazione.
Una madre ansiosa e protettiva, che lo amava molto ma non gli permetteva di costruire un senso autonomo di fiducia in sé.
Così Alessandro è diventato un ragazzo apparentemente forte, ma pieno di tensione interna:
una parte di lui voleva essere perfetta, l’altra viveva nel terrore di fallire.
Il percorso terapeutico
Abbiamo iniziato da lì: dall’ascolto di quell’ansia che lui definiva “inaccettabile”.
Non con l’obiettivo di eliminarla, ma di comprenderne il linguaggio.
Nell’approccio junghiano, l’ansia è vista come una soglia: un ponte che mette in contatto con parti di sé che ancora non conosciamo.
E così, attraverso il dialogo, i sogni e l’ascolto del corpo, Alessandro ha cominciato a intuire che dietro la paura non c’era solo fragilità, ma anche il desiderio di riconoscimento e di libertà.
Ogni volta che cercava di controllarsi per non deludere gli altri, tradiva se stesso.
E il corpo, allora, reagiva: tremava, si chiudeva, si bloccava.
Era come se dicesse: “non posso più sostenere questa maschera.”
Col tempo ha imparato a distinguere la voce dell’ansia da quella del giudizio.
A riconoscere quando la paura era reale e quando, invece, era solo un’eco di antichi copioni familiari.
Piano piano, ha iniziato a concedersi di sbagliare, di parlare anche tremando, di mostrarsi per com’è.
La trasformazione
Oggi Alessandro dice:
“Quando sento quella stretta allo stomaco, non penso più che sto per fallire. Mi chiedo cosa mi sta dicendo quella parte di me.”
L’ansia, da nemica, è diventata una bussola.
Una voce interiore che gli ricorda quando si sta allontanando da sé.
Ha ripreso a uscire con gli amici, a parlare in pubblico, a prendersi il proprio spazio nel mondo.
Ma soprattutto, ha smesso di misurare il suo valore su quanto riesce a controllare.
Sta imparando a rispettarsi, a riconoscere la sua sensibilità come una risorsa — non più come un difetto.
Il senso del lavoro
La storia di Alessandro racconta come, spesso, l’ansia nasca dalla distanza tra ciò che siamo e ciò che pensiamo di dover essere.
La terapia non cancella quella tensione, ma insegna ad abitarla:
a trasformare la paura di non essere “abbastanza” nel coraggio di essere autentici.
Giulia ha 35 anni e scrive poesie.
Ogni parola che mette su carta sembra un grido silenzioso: versi pieni di rabbia, dolore e vergogna.
Quando è arrivata in terapia, la sua ansia era come una pelle troppo stretta.
Il corpo rigido, il respiro corto, la sensazione costante di vivere “sotto attacco”.
Diceva spesso:
“Mi sembra di dovermi difendere anche quando non c’è nessuno.”
Fin dall’infanzia, Giulia ha vissuto in un clima di paura.
Sua madre, Antonia, era una donna impulsiva e aggressiva, capace di passare in pochi minuti dall’affetto alla violenza.
La picchiava con un cucchiaio di legno, con una ciabatta, e mentre lo faceva la umiliava con parole che si sono incise nella memoria:
“Obesa. Brutta. Zittella.”
Il padre, presente ma silenzioso, non la difendeva.
Così Giulia ha imparato due cose: che l’amore può far male, e che per sopravvivere bisogna diventare invisibili.
Il corpo come memoria del trauma
Oggi, quell’ansia che la immobilizza è il corpo che ricorda.
Ogni volta che qualcuno alza la voce, che una relazione si avvicina troppo, che sente di non poter controllare la situazione, il suo sistema nervoso reagisce come allora: attacco, fuga o congelamento.
Il passato abita il presente.
Le poesie che scrive sono dure, taglienti, ma lucidissime.
Sono il modo in cui la sua anima parla, il linguaggio con cui il dolore prova a diventare parola.
Nel linguaggio junghiano, la scrittura poetica è un ponte tra il trauma e la coscienza: una forma di simbolizzazione, un modo per dare voce a ciò che non ha mai potuto essere detto.
Il lavoro terapeutico
Con Giulia, il lavoro non è stato solo emotivo, ma anche simbolico.
Abbiamo esplorato la madre reale e la madre interna — quella voce interiore che ancora oggi la giudica, la punisce, la svaluta.
Ogni volta che si sente “non abbastanza”, quella voce torna a parlare.
Il primo passo è stato riconoscerla: darle un volto, smettere di confonderla con se stessa.
Attraverso il dialogo analitico, i sogni e la lettura delle sue poesie, Giulia ha cominciato a distinguere la rabbia dalla colpa, la paura dal bisogno d’amore.
Abbiamo lavorato sul corpo come luogo sacro, non più terreno di violenza o di vergogna.
Il momento di svolta è arrivato quando ha letto ad alta voce la poesia “Antonia mi picchiava.”
Il pianto che è arrivato dopo non era solo dolore: era liberazione.
Era la bambina che, per la prima volta, veniva ascoltata davvero.
La trasformazione
Col passare dei mesi, l’ansia ha smesso di essere una minaccia costante.
Il corpo ha cominciato a fidarsi un po’ di più.
Giulia ha ripreso a camminare, a fare yoga, a respirare senza quella tensione continua al petto.
Anche la sua scrittura è cambiata: meno rabbia, più verità.
Ora scrive poesie che parlano di terra, di pelle, di rinascita.
Durante un colloquio, un giorno, ha detto:
“Per anni ho cercato una madre fuori. Ora sto imparando ad esserlo io per me.”
Il senso del lavoro
La storia di Giulia mostra come, a volte, l’ansia sia la voce del corpo che ricorda un’infanzia non protetta.
La terapia, in questi casi, non guarisce solo il sintomo: ricostruisce un senso di casa dentro di sé.
Attraverso l’ascolto, la parola e la simbolizzazione, il dolore diventa conoscenza,
e la donna che scrive, finalmente, può cullare la bambina che ha avuto paura per tutta la vita.
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Viviamo in un’epoca che corre.
Ogni giorno chiediamo al nostro corpo e alla nostra mente di essere veloci, produttivi, efficienti, connessi.
L’ansia è diventata il sottofondo emotivo della nostra società: una tensione costante che accompagna i gesti più semplici, un battito accelerato che non si placa mai del tutto.
Molti pazienti oggi non dicono più “ho paura”, ma “non riesco a fermarmi”.
E in questa incapacità di fermarsi si nasconde il cuore del disagio contemporaneo.
La nostra è la civiltà dell’ipercontrollo.
Siamo abituati a governare ogni aspetto della vita: il lavoro, l’immagine, le relazioni, perfino le emozioni.
Viviamo immersi in un flusso continuo di stimoli e notifiche, sempre proiettati verso il “fare”, mai verso l’“essere”.
Ma il prezzo di questa apparente libertà è la perdita di un ritmo naturale.
Il filosofo Byung-Chul Han, ne La società della stanchezza (2010), descrive l’uomo contemporaneo come un soggetto stanco e ansioso, non più represso da limiti esterni, ma schiacciato da un dovere interno: “devi potercela fare sempre”.
Quando la vita diventa prestazione, ogni fragilità è percepita come fallimento, e l’ansia diventa l’unico modo che la psiche ha per segnalare che stiamo superando il limite.
Nell’epoca della connessione permanente, il silenzio è diventato un lusso.
Non esistono più spazi vuoti, tempi morti, pause.
Ogni attimo dev’essere riempito di produttività o distrazione.
Eppure, la mente umana non è fatta per funzionare come una macchina.
Donald Winnicott, nel suo celebre saggio La paura del crollo (1960), afferma che l’ansia emerge quando l’individuo non ha più un contenitore interno sufficientemente stabile.
Oggi quel contenitore è minacciato non solo da traumi individuali, ma da una cultura che rifiuta la lentezza, il limite, l’attesa.
L’ansia contemporanea è, in fondo, una reazione al vuoto di profondità.
Viviamo sempre in superficie, evitando ogni contatto con ciò che ci abita davvero.
E quando la psiche non trova più spazio per respirare, lo fa attraverso il corpo: palpitazioni, insonnia, senso di oppressione, vertigini.
Per Carl Gustav Jung, ogni epoca ha il suo sintomo collettivo.
La nostra sembra essere l’inflazione dell’Io — una coscienza che si crede padrona della realtà, ma che ha tagliato i ponti con il mondo interiore.
Scriveva:
“Ciò che non arriva alla coscienza ritorna come destino.”
L’inconscio, dimenticato, si manifesta oggi sotto forma di ansia, panico, depressione, senso di vuoto.
Sono i segnali di una vita psichica che cerca di riprendere contatto con noi.
L’attacco di panico, ad esempio, può essere letto come una reazione violenta dell’inconscio contro un Io troppo rigido, che non tollera la vulnerabilità.
In questo senso, l’ansia contemporanea non è solo un sintomo individuale, ma una richiesta collettiva di integrazione: di tornare ad ascoltare l’altra parte, quella più istintiva, corporea, simbolica.
Il corpo, oggi, è il primo terreno su cui si gioca la lotta tra controllo e vita.
Ci chiediamo di essere sempre in forma, sempre performanti, di funzionare anche quando l’anima è esausta.
Ma il corpo non mente.
Quando la psiche non può più sostenere il ritmo, il corpo “parla”: tremori, tachicardia, blocchi respiratori, crisi di panico.
Secondo Stephen Porges, con la sua teoria polivagale (2011), il sistema nervoso reagisce agli stimoli di stress cronico come se fosse in costante allarme.
Non distinguendo più tra pericolo reale e percepito, resta bloccato in una condizione di iperattivazione.
Da qui la sensazione di vivere “sempre in allerta”, come se il pericolo fosse dentro, non fuori.
Bessel van der Kolk, nel suo Il corpo accusa il colpo (2014), spiega che “il corpo conserva tutto ciò che la mente non riesce a elaborare”.
Il panico, allora, non è un errore del corpo, ma il suo modo di riportarci alla verità: c’è qualcosa che non stiamo ascoltando.
James Hillman, in Il pensiero del cuore (1992), scriveva che “l’anima si ammala quando non trova più immagini in cui abitare”.
Nel mondo moderno, dominato dalla produttività e dall’immagine, abbiamo perso il linguaggio dell’anima.
Non sappiamo più dare senso a ciò che sentiamo; non sappiamo più trasformare il dolore in simbolo.
Anche Massimo Recalcati, ne L’uomo senza inconscio (2011), osserva come l’uomo contemporaneo viva una perdita di profondità simbolica: un vuoto che l’ansia riempie, cercando di supplire a ciò che non è più rappresentabile.
L’ansia diventa, così, una nostalgia del limite e del senso: un invito a ritrovare il contatto con qualcosa di più grande di noi.
La terapia, soprattutto quella analitica, rappresenta oggi un atto controcorrente.
È uno spazio dove la parola riprende valore, dove il tempo rallenta, dove il silenzio diventa fertile.
In un mondo che corre, la psicoterapia insegna a sostare, ad ascoltare, a tollerare la non-efficienza.
Nel lavoro analitico, l’ansia non è da eliminare, ma da comprendere.
Diventa una bussola che orienta verso la parte di noi che chiede di essere riconosciuta.
Quando l’ansia viene accolta, perde il suo potere distruttivo e si trasforma in consapevolezza.
Come scrive Jung:
“L’angoscia è la via attraverso cui la vita cerca di diventare conscia di sé.”
Guarire dall’ansia oggi significa imparare a fermarsi.
A riconoscere che non tutto ciò che non possiamo controllare è una minaccia.
A lasciare che la vita segua, almeno a tratti, il suo ritmo naturale.
Forse la vera libertà non è poter fare tutto, ma poter scegliere di non fare.
Ritrovare il silenzio, l’attesa, la profondità: questi sono gli antidoti più autentici al panico del nostro tempo.
“Solo chi conosce il silenzio può davvero ascoltare se stesso.”
Jung, C. G. (1958). Psicologia e alchimia. Torino: Bollati Boringhieri.
Bion, W. R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Roma: Armando Editore.
Hillman, J. (1992). Il pensiero del cuore. Milano: Adelphi.
Recalcati, M. (2011). L’uomo senza inconscio. Milano: Raffaello Cortina.
Han, B.-C. (2010). La società della stanchezza. Roma: Nottetempo.
Van der Kolk, B. (2014). Il corpo accusa il colpo. Milano: Raffaello Cortina.
Porges, S. W. (2011). La teoria polivagale. Roma: Giovanni Fioriti Editore.
Winnicott, D. W. (1960). La paura del crollo. In Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando.
Federica De Prisco – Psicologo/a
Professionista iscritto all'Albo degli Psicologi della Regione ______ n. ______
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