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L’ansia contemporanea: vivere nell’epoca dell’ipercontrollo

January 28, 20265 min read

Viviamo in un’epoca che corre.

Ogni giorno chiediamo al nostro corpo e alla nostra mente di essere veloci, produttivi, efficienti, connessi.

L’ansia è diventata il sottofondo emotivo della nostra società: una tensione costante che accompagna i gesti più semplici, un battito accelerato che non si placa mai del tutto.

Molti pazienti oggi non dicono più “ho paura”, ma “non riesco a fermarmi”.

E in questa incapacità di fermarsi si nasconde il cuore del disagio contemporaneo.

Il respiro corto del nostro tempo

La nostra è la civiltà dell’ipercontrollo.

Siamo abituati a governare ogni aspetto della vita: il lavoro, l’immagine, le relazioni, perfino le emozioni.

Viviamo immersi in un flusso continuo di stimoli e notifiche, sempre proiettati verso il “fare”, mai verso l’“essere”.

Ma il prezzo di questa apparente libertà è la perdita di un ritmo naturale.

Il filosofo Byung-Chul Han, ne La società della stanchezza (2010), descrive l’uomo contemporaneo come un soggetto stanco e ansioso, non più represso da limiti esterni, ma schiacciato da un dovere interno: “devi potercela fare sempre”.

Quando la vita diventa prestazione, ogni fragilità è percepita come fallimento, e l’ansia diventa l’unico modo che la psiche ha per segnalare che stiamo superando il limite.

Una società che non sa sostare

Nell’epoca della connessione permanente, il silenzio è diventato un lusso.

Non esistono più spazi vuoti, tempi morti, pause.

Ogni attimo dev’essere riempito di produttività o distrazione.

Eppure, la mente umana non è fatta per funzionare come una macchina.

Donald Winnicott, nel suo celebre saggio La paura del crollo (1960), afferma che l’ansia emerge quando l’individuo non ha più un contenitore interno sufficientemente stabile.

Oggi quel contenitore è minacciato non solo da traumi individuali, ma da una cultura che rifiuta la lentezza, il limite, l’attesa.

L’ansia contemporanea è, in fondo, una reazione al vuoto di profondità.

Viviamo sempre in superficie, evitando ogni contatto con ciò che ci abita davvero.

E quando la psiche non trova più spazio per respirare, lo fa attraverso il corpo: palpitazioni, insonnia, senso di oppressione, vertigini.

L’Io ipertrofico e l’inconscio dimenticato

Per Carl Gustav Jung, ogni epoca ha il suo sintomo collettivo.

La nostra sembra essere l’inflazione dell’Io — una coscienza che si crede padrona della realtà, ma che ha tagliato i ponti con il mondo interiore.

Scriveva:

“Ciò che non arriva alla coscienza ritorna come destino.”

L’inconscio, dimenticato, si manifesta oggi sotto forma di ansia, panico, depressione, senso di vuoto.

Sono i segnali di una vita psichica che cerca di riprendere contatto con noi.

L’attacco di panico, ad esempio, può essere letto come una reazione violenta dell’inconscio contro un Io troppo rigido, che non tollera la vulnerabilità.

In questo senso, l’ansia contemporanea non è solo un sintomo individuale, ma una richiesta collettiva di integrazione: di tornare ad ascoltare l’altra parte, quella più istintiva, corporea, simbolica.

Il corpo come campo di battaglia

Il corpo, oggi, è il primo terreno su cui si gioca la lotta tra controllo e vita.

Ci chiediamo di essere sempre in forma, sempre performanti, di funzionare anche quando l’anima è esausta.

Ma il corpo non mente.

Quando la psiche non può più sostenere il ritmo, il corpo “parla”: tremori, tachicardia, blocchi respiratori, crisi di panico.

Secondo Stephen Porges, con la sua teoria polivagale (2011), il sistema nervoso reagisce agli stimoli di stress cronico come se fosse in costante allarme.

Non distinguendo più tra pericolo reale e percepito, resta bloccato in una condizione di iperattivazione.

Da qui la sensazione di vivere “sempre in allerta”, come se il pericolo fosse dentro, non fuori.

Bessel van der Kolk, nel suo Il corpo accusa il colpo (2014), spiega che “il corpo conserva tutto ciò che la mente non riesce a elaborare”.

Il panico, allora, non è un errore del corpo, ma il suo modo di riportarci alla verità: c’è qualcosa che non stiamo ascoltando.

L’anima smarrita nella società della performance

James Hillman, in Il pensiero del cuore (1992), scriveva che “l’anima si ammala quando non trova più immagini in cui abitare”.

Nel mondo moderno, dominato dalla produttività e dall’immagine, abbiamo perso il linguaggio dell’anima.

Non sappiamo più dare senso a ciò che sentiamo; non sappiamo più trasformare il dolore in simbolo.

Anche Massimo Recalcati, ne L’uomo senza inconscio (2011), osserva come l’uomo contemporaneo viva una perdita di profondità simbolica: un vuoto che l’ansia riempie, cercando di supplire a ciò che non è più rappresentabile.

L’ansia diventa, così, una nostalgia del limite e del senso: un invito a ritrovare il contatto con qualcosa di più grande di noi.

La cura: tornare dentro

La terapia, soprattutto quella analitica, rappresenta oggi un atto controcorrente.

È uno spazio dove la parola riprende valore, dove il tempo rallenta, dove il silenzio diventa fertile.

In un mondo che corre, la psicoterapia insegna a sostare, ad ascoltare, a tollerare la non-efficienza.

Nel lavoro analitico, l’ansia non è da eliminare, ma da comprendere.

Diventa una bussola che orienta verso la parte di noi che chiede di essere riconosciuta.

Quando l’ansia viene accolta, perde il suo potere distruttivo e si trasforma in consapevolezza.

Come scrive Jung:

“L’angoscia è la via attraverso cui la vita cerca di diventare conscia di sé.”

Il silenzio come atto di resistenza

Guarire dall’ansia oggi significa imparare a fermarsi.

A riconoscere che non tutto ciò che non possiamo controllare è una minaccia.

A lasciare che la vita segua, almeno a tratti, il suo ritmo naturale.

Forse la vera libertà non è poter fare tutto, ma poter scegliere di non fare.

Ritrovare il silenzio, l’attesa, la profondità: questi sono gli antidoti più autentici al panico del nostro tempo.

“Solo chi conosce il silenzio può davvero ascoltare se stesso.”

📚 Bibliografia essenziale

  • Jung, C. G. (1958). Psicologia e alchimia. Torino: Bollati Boringhieri.

  • Bion, W. R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Roma: Armando Editore.

  • Hillman, J. (1992). Il pensiero del cuore. Milano: Adelphi.

  • Recalcati, M. (2011). L’uomo senza inconscio. Milano: Raffaello Cortina.

  • Han, B.-C. (2010). La società della stanchezza. Roma: Nottetempo.

  • Van der Kolk, B. (2014). Il corpo accusa il colpo. Milano: Raffaello Cortina.

  • Porges, S. W. (2011). La teoria polivagale. Roma: Giovanni Fioriti Editore.

  • Winnicott, D. W. (1960). La paura del crollo. In Sviluppo affettivo e ambiente. Roma: Armando.

La Dottoressa Federica De Prisco aiuta persone che vivono sopraffatte dall’ansia e dagli attacchi di panico a ritrovare calma e sicurezza interiore con un percorso per comprendere ciò che accade dentro di se, senza temere più le proprie emozioni e a ritrovare fiducia, stabilità e libertà di vivere pienamente.

Federica De Prisco

La Dottoressa Federica De Prisco aiuta persone che vivono sopraffatte dall’ansia e dagli attacchi di panico a ritrovare calma e sicurezza interiore con un percorso per comprendere ciò che accade dentro di se, senza temere più le proprie emozioni e a ritrovare fiducia, stabilità e libertà di vivere pienamente.

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